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Contesa legale sull’ex Ilva: Acciaierie d’Italia contro i cittadini di Taranto

di Redazione Settembre 8, 2026 3 min di lettura
Contesa legale sull’ex Ilva: Acciaierie d’Italia contro i cittadini di Taranto

In Breve

Qual è il motivo della contesa legale sull'ex Ilva?
La contesa riguarda la fermata dell'area a caldo dell'ex Ilva, disposta da un decreto della Corte d'Appello di Milano.
Cosa sostiene Acciaierie d'Italia riguardo alla fermata?
Acciaierie d'Italia sostiene che le condizioni per la ripresa dell'area a caldo non possono essere realizzate entro 90 giorni.
Quali sono le ripercussioni per i lavoratori?
Circa 2.500 licenziamenti collettivi sono stati annunciati, con ulteriori 1.700 lavoratori a rischio tra licenziamenti e cassa integrazione.

È in corso una intensa contesa legale tra Acciaierie d’Italia e i legali che rappresentano i cittadini di Taranto, nonché l’associazione Genitori Tarantini. Al centro del dibattito c’è la decisione della Corte d’Appello di Milano di fermare l’area a caldo dell’ex Ilva, una misura che deve essere attuata entro la fine di ottobre, 90 giorni dopo il decreto emesso il 27 luglio.

Il 9 settembre si svolgerà a Milano un’udienza per esaminare le istanze di sospensiva presentate sia da Acciaierie d’Italia che da Ilva, che hanno impugnato il decreto anche in Corte di Cassazione. Gli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, che rappresentano i cittadini, sostengono che la concessione della sospensione richiede la dimostrazione della gravità e dell’irreparabilità del danno. Nel caso specifico, affermano che non è stato provato il requisito della gravità, rendendo infondate le argomentazioni sull’irreparabilità.

In particolare, gli avvocati contestano l’affermazione della società secondo cui le precedenti fermate avrebbero dimostrato il rischio di compromissione irreversibile. Ricordano che gli altiforni e le cokerie sono stati fermati e successivamente riavviati, e nel caso delle cokerie, il fermo prolungato di oltre otto mesi non ha impedito la produzione di acciaio grazie all’approvvigionamento di coke sul mercato. Questo, secondo loro, evidenzierebbe una scelta di privilegiare il profitto a scapito della salute pubblica, poiché le cokerie sono responsabili delle emissioni di benzene e di IPA come il benzoapirene.

Dall’altra parte, Acciaierie d’Italia sostiene che i precedenti casi non sono comparabili. In passato, infatti, gli altiforni erano stati mantenuti in condizioni di conservazione mediante il riscaldo dei cowper, operazione che il decreto attuale impone di non adottare. Inoltre, le cokerie erano state fermate nell’ambito di un procedimento tecnico e autorizzativo con il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (Mase) che ha consentito misure di conservazione.

Secondo l’azienda, il decreto subordina la ripresa dell’area a caldo a due condizioni che non possono essere realizzate entro il termine di 90 giorni: la completa rimozione dell’amianto presente nei cowper e la risoluzione delle problematiche relative alle concentrazioni ambientali di PM10 e PM2,5. Acciaierie d’Italia stima che ci siano circa 1.690 tonnellate di materiale confinato in sette dei dodici cowper, e descrive l’intervento di rimozione come paragonabile al rifacimento integrale dei cowper, con tempi tecnici di almeno un anno.

In aggiunta, l’azienda sottolinea che non esistono, nel comparto siderurgico europeo, BAT Conclusions o autorizzazioni integrate ambientali che stabiliscano limiti di emissione ai camini per PM10 e PM2,5, e che la definizione di tali limiti richiederebbe un procedimento di riesame dell’AIA con tempi superiori ai 90 giorni. Acciaierie d’Italia precisa anche che la Valutazione di impatto sanitario (Vis) è parte integrante dell’AIA del 4 agosto 2025 e che la nota del 26 febbraio 2026 contiene richieste di approfondimento su specifici aspetti della prescrizione n.2.

Oggi, 8 settembre, sono stati convocati tre incontri dal Governo a Palazzo Chigi con enti locali, associazioni delle imprese e sindacati. Nel frattempo, i numeri dei lavoratori potenzialmente interessati dalla fermata aumentano: 28 imprese associate ad Aigi hanno annunciato circa 2.500 licenziamenti collettivi, mentre Confapi prevede un incremento di circa 1.700 unità tra licenziamenti e ricorso alla cassa integrazione, senza aver però ancora attivato le procedure. Aigi ha convocato i sindacati per il 10 settembre per discutere dei 2.500 licenziamenti.

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