Economia

Meloni alla corte di Macron. Ma ci si può fidare dei francesi?

di Daniele Tonelli Luglio 1, 2026 6 min di lettura
Meloni alla corte di Macron. Ma ci si può fidare dei francesi?

In Breve

Qual è l'obiettivo dell'incontro tra Meloni e Macron?
L'incontro mira a ricostruire relazioni tra Italia e Francia dopo anni di tensioni.
Perché ci si può fidare dei francesi?
L'articolo sostiene che i francesi tendono a cercare subalterni piuttosto che partner paritari.
Quali sono i casi industriali citati nell'articolo?
Si analizzano i casi di Stellantis, Ducati e Lamborghini per evidenziare le differenze nella gestione tra francesi e tedeschi.

L’incontro tra il Presidente del Consiglio Meloni e il Presidente Macron ha avuto grande risalto sulla stampa italiana. Lo stesso non si può dire per quella d’oltralpe: dalle parti di Parigi, infatti, non se lo sono filati per nulla. Eppure, erano sei anni che i vertici dei due governi non si incontravano in un clima che non fosse un ring mediatico fatto di minacce, insulti e sberleffi, con tanto di ritiro da parte francese dell’ambasciatore nel febbraio 2019. Qualcuno sostiene che si tratti di un riavvicinamento forzato, dettato da necessità contingenti della parte italiana di compensare la tragicomica rottura con il Trumpone e da parte francese di non rimanere isolati dopo che anche Merz ha dato il due di picche al bel Macron.

Non facciamoci illusioni: questa forzata ed effimera pace tra i "cugini d’Europa" avrà vita breve. I francesi non hanno amici e non vogliono averne; cercano solo subalterni ai loro interessi. La loro arroganza e supponenza impediscono loro di instaurare rapporti paritari con i partner europei. Vogliono primeggiare ed essere sempre un gradino sopra gli altri, tedeschi compresi. L’ultimo caso risale a qualche settimana fa: il progetto FCAS per il nuovo super-caccia di sesta generazione franco-tedesco è malamente naufragato dopo un decennio di trattative. Il motivo? I francesi pretendevano che venisse progettato e costruito dall’azienda transalpina Dassault, anziché dal consorzio Airbus (nel quale, tra l'altro, la Francia stessa ha una partecipazione). I tedeschi, che pure hanno orgoglio e alterigia da vendere all’ingrosso, questa volta hanno risposto con un "no, grazie".

I francesi restano convinti di vivere nell'epoca napoleonica e di essere ancora i padroni d’Europa. Come lo furono per ben 19 anni all’inizio dell’800 quando Napoleone scorrazzava per il continente sfruttando soldati non francesi. Un impero di carta durato pochissimo. Dopo averlo fatto giocare, gli inglesi, che erano i veri padroni d'Europa, hanno accompagnato Bonaparte su un’isola sperduta dell’Atlantico. Se i libri di storia non dicono sciocchezze, Napoleone – che non era nemmeno francese di origine – è riuscito a mantenere quel fragile impero per neanche un ventennio. Dopo di lui, la Francia non ha più vinto una guerra nemmeno a Risiko. Eppure, siedono sempre al tavolo dei vincitori. C'è da riconoscere che sanno vendersi bene: dopo gli americani, sono i migliori nel marketing e sanno piazzare a caro prezzo il nulla che hanno. Qualcuno attribuisce a Napoleone il merito di aver esportato in Europa i valori della Rivoluzione Francese (Liberté, Fraternité, Égalité). In realtà, non appena le truppe napoleoniche si sono ritirate al di là delle Alpi, tutto è tornato come prima. Persino in Francia è tornato il re e la parola d’ordine in Europa è stata Restaurazione.

In Italia abbiamo permesso loro di comprare di tutto, persino l’argenteria della nonna: assicurazioni, banche, comparto alimentare, energia e quasi tutta la moda. A dire il vero, lo Stato italiano ha spesso ceduto aziende ormai "cotte" o strategiche: Prodi ha svenduto le banche e Berlusconi la Edison, privandoci di asset che non erano affatto secondari.

Agli italiani in Francia, invece, non è stato permesso di comprare nemmeno le aziende quasi fallite. Emblematico è il caso dei cantieri navali di Saint-Nazaire (Chantiers de l'Atlantique) da parte di Fincantieri. Quei cantieri andavano talmente male che persino i coreani li avevano restituiti al mittente. Eppure, pur di non cederli agli italiani, lo Stato francese se li è ricomprati, ricorrendo a una nazionalizzazione lampo (pratica teoricamente vietata dalle norme dell’Unione Europea). Ai coreani sì, agli italiani no. In verità Fincantieri non era nemmeno interessata all’inesistente know-how dei francesi, ma solo del bacino di carenaggio presente, molto profondo e unico in Europa, adatto alla fabbricazione delle grosse navi da crociera.

Nemmeno Carlo De Benedetti è mai riuscito a spuntarla oltreconfine. Ci è riuscito invece il mitico Leonardo Del Vecchio, ma giocando d'astuzia. Ha fatto credere ai "galletti" che Luxottica sarebbe diventata francese e si è letteralmente mangiato Essilor, leader mondiale delle lenti. Di fatto, oggi la holding Delfin della famiglia Del Vecchio controlla quasi il 32% dei diritti di voto di EssilorLuxottica, mentre i francesi si devono accontentare degli spiccioli. Fallimentare anche l’invasione della grande distribuzione dei colossi francesi Auchan e Carrefour. Dopo un paio di decenni di permanenza nel bel Paese, hanno ceduto le attività a Conad e Coop Italia con grosse ricadute sull’occupazione.

Per confermare che con i francesi non si fanno accordi paritari, basta analizzare tre casi industriali molto simili nel settore automobilistico e motoristico: Stellantis, Ducati e Lamborghini. Stellantis (Il disastro francese): La fusione tra FIAT-Chrysler e PSA (Peugeot-Citroën) si sta rivelando un dramma. I francesi pretendono di comandare pur non avendo la maggioranza relativa delle azioni (detenuta da Exor). Sotto la loro gestione, il gruppo ha perso quote di mercato in modo vertiginoso, ha chiuso stabilimenti storici soprattutto in Italia e ha ridotto drasticamente il personale e i volumi. Oggi l’Italia produce meno auto della Spagna: Madrid viaggia oltre i 2 milioni di veicoli all'anno, noi non arriviamo nemmeno a un milione. I francesi arrivano, impongono i propri manager e colonizzano i marchi.

– Ducati (La cura tedesca): Il frutto dell’accordo con i tedeschi del Gruppo Audi è l’esatto contrario di Stellantis. Prima della cura teutonica, Ducati era poco più che un'azienda artigianale: prestigiosa e innovativa, certo, ma relegata a una nicchia di appassionati. Oggi è tra i maggiori produttori mondiali, ha stabilimenti persino in Thailandia e vince tutto ciò che c'è da vincere nelle competizioni, dove i marchi giapponesi sono quasi spariti. – Lamborghini (Il successo condiviso): Anch'essa sottoposta alla gestione del gruppo Volkswagen-Audi, ha vissuto una crescita esponenziale della produzione e della gamma. Lo stabilimento di Sant’Agata Bolognese è triplicato, così come il numero dei dipendenti, generando un indotto che dà da vivere a migliaia di famiglie della Motor Valley. Le catene di montaggio del Toro sfornano oggi oltre 10.000 vetture all’anno; prima erano appena poche centinaia.

I tedeschi conoscono i propri limiti: si occupano dell'organizzazione rigida e lasciano fare agli italiani quello che sanno fare meglio, ovvero il design e la creatività. Storicamente è sempre stato così. La Volkswagen Golf, l’auto più venduta d'Europa per decenni, aveva un'anima italiana: carrozzeria disegnata da Giorgetto Giugiaro e un'impostazione meccanica fortemente ispirata al successo della Fiat 128. I francesi questa concezione paritaria della partnership non l'hanno mai avuta.

Evito di approfondire il settore della difesa e dei carri armati perché l'opinione pubblica italiana è sempre molto sensibile sul tema. Tuttavia, il recente accordo strategico tra la nostra Leonardo e la tedesca Rheinmetall segue esattamente la logica vincente dei due casi precedenti e regalerà grandi soddisfazioni industriali ed economiche al nostro Paese.

Andatelo a spiegare alle centinaia di operai di Stellantis e alle loro famiglie che oggi si ritrovano senza un lavoro e senza tutele, che i francesi non sapranno gestire le aziende, ma però hanno esportato in tutto il mondo l’égalité, la liberté e specialmente la fraternité.

Buona meditazione a tutti.

Scritto da

Daniele Tonelli