La vicenda Mps evoca inquietanti ricordi, fastidiosi rancori e suscita importanti riflessioni.
Mps è stata per anni una figura fastidiosa: una vecchia brutta, sporca e antipatica che nessuno voleva, e della quale anche i familiari più stretti (Ministero e proprietà istituzionale) volevano sbarazzarsi.
Poi, dopo anni di inutili, costose e improbabili cure – apparentemente pagate dai parenti prossimi, ma in verità finanziate con i soldi sottratti a semplici conoscenti (il solito parco buoi degli azionisti) – la sporcacciona e antipatica vecchia signora è risorta. Alcuni attribuiscono il merito a un buon chirurgo plastico (il dottor Lovaglio), altri all’effetto del mercato (la ritrovata forbice dei tassi), ma di fatto la rediviva Mps è diventata la preda più ambita del settore. Qualcuno sostiene che abbia cambiato anche carattere (tendenza politica), ma i più realisti ribattono che il lupo perde il pelo ma non il vizio.
In questa sede, però, non si vogliono indagare gli ipotetici scenari che deriverebbero dalle offerte di Intesa o Bpm/Crédit Agricole; magari ne parleremo nei prossimi giorni. L’aspetto che preme analizzare sono le conseguenze che questa operazione avrà sul risparmiatore, ovvero sull’utente finale del servizio bancario. Perché la Bce spinge per le aggregazioni e invita a creare questi “campioni nazionali”, ma dei consumatori e dei cittadini, come al solito, la cara Europa non si cura affatto.
Un’eccessiva concentrazione e la riduzione degli operatori del credito a pochi grandi player rappresentano un danno per la concorrenza, specialmente in un settore come quello bancario, dove cartelli e trust sono storicamente frequenti.
Com’è ovvio, la sovrapposizione degli sportelli porterà alla chiusura di molte filiali. Negli ultimi dieci anni è stato chiuso oltre il 50% degli sportelli presenti sul territorio, provocando la desertificazione bancaria in centinaia di comuni. Qualcuno dirà: «Giusto così, ce n’erano troppi!». Allora perché, al posto delle filiali di Unicredit o Intesa, nascono gli sportelli di quei minuscoli istituti meglio noti come Banche di Credito Cooperativo? Accade sovente, anche nelle grandi città, che le filiali chiuse delle grandi banche vengano sostituite dalle Bcc. Spesso cambiano solo l’insegna e qualche arredo.
Dov’è il problema, se c’è un problema? Le Bcc sono banche di piccole dimensioni, solitamente con 4 o 5 filiali, con tutti i limiti che questo genere di organizzazioni comporta. È pur vero che sono supportate da Iccrea, ma possono comunque sorgere grosse problematiche di governance, di controllo e, specialmente, di solidità.
Anche il mercato bancario italiano si sta adeguando alla struttura anglosassone, in particolare a quella americana, caratterizzata da poche grandi banche e da una miriade di piccoli istituti diffusi sul territorio (che lì chiamano ancora casse di risparmio). Ma oltreoceano ne fallisce quasi una al giorno! Questo sistema sta sgretolando la vecchia struttura del sistema bancario italiano, forse storicamente meno redditizia, ma solida e controllata.
Un’ultima considerazione. Come si è detto, la Bce spinge per la concentrazione bancaria e per la creazione di mega-istituti efficienti, solidi e lucrosi che possano competere con i colossi americani. Perché, allora, al vertice delle classifiche delle banche europee più efficienti c’è una banca italiana di medie dimensioni che non ha mai fatto nemmeno una fusione? Forse perché è una banca privata e non ha un azionariato più confuso che diffuso?
Buona meditazione a tutti.
