Analisi

Oro in pista, profondo rosso in bilancio: il paradosso dello sport italiano

di Daniele Tonelli Agosto 20, 2026 5 min di lettura
Oro in pista, profondo rosso in bilancio: il paradosso dello sport italiano

I recenti Campionati Europei di Atletica a Birmingham e di Nuoto a Parigi si sono chiusi con un verdetto straordinario: l’Italia ha dominato la scena continentale, posizionandosi ai vertici dei rispettivi medaglieri. Le compagini azzurre dell’atletica hanno stracciato gli agguerriti padroni di casa della Gran Bretagna e quella del nuoto ha devastato non solo gli inconsistenti nuotatori francesi (nell’atletica i transalpini non hanno sentito suonare la Marsigliese neppure una volta), ma pure gli inglesi, con un bottino complessivo di 41 medaglie. Anche i media, complice l’assenza della “divinità” calcio, hanno dato risalto all’avvenimento, anche se probabilmente rimarranno in rigoroso e vergognoso silenzio fino ai prossimi europei.

Nel Vecchio Continente, e in Italia in particolare, la narrazione mediatica soffre di un cronico “monopolio culturale”: esiste solo il calcio. Di recente, la straordinaria parabola di Jannik Sinner ha costretto i media nostrani ad aprire una finestra sul tennis, ma l’iper-amplificazione del pallone resta paradossale. Soprattutto se confrontata con il livello tecnico ed economico, spesso asfittico, del nostro calcio nazionale, devastato dai debiti e incapace di generare nuovi talenti.

A questo punto i gentili lettori penseranno che la testata abbia cambiato indirizzo: cosa c’entra lo sport con un portale che si occupa di economia e mercati?

La risposta è semplice e non necessita di giri di parole: lo sport non è solo intrattenimento, ma un comparto industriale e un indicatore macroeconomico fondamentale. Purtroppo, però, sotto questo aspetto siamo travolti senza appello dagli inglesi e non solo.

In Italia lo sport contribuisce per l’1,5% del PIL (circa 32 miliardi di euro) e occupa 421.000 lavoratori, senza omettere che la bilancia commerciale beneficia di un surplus di quasi 5 miliardi di euro in prodotti e attrezzature sportive. Si tratta di dati che, se confrontati con quelli britannici, appaiono penosi, dimostrando come gli ottimi risultati sul campo non siano il frutto di un’organizzazione di sistema, ma di singoli e virtuosi talenti. I trionfi storici dell’Italia nell’atletica e nel nuoto evidenziano infatti una netta frattura tra la qualità degli atleti e la salute del sistema. Nel Regno Unito, lo sport contribuisce all’economia per oltre 100 miliardi di euro (pari a quasi il 3% del PIL, il doppio rispetto all’Italia), occupa oltre 550.000 lavoratori a tempo pieno e genera un valore aggiunto di oltre 60 miliardi di euro (sempre il doppio del Bel Paese). Il moltiplicatore economico è pari a 1,55: significa che ogni euro speso nel settore ne genera altri 0,55.

Ma nel regno di Carlo e agitata famiglia è sempre stato così? Assolutamente no. I britannici erano letteralmente alla frutta. Alle Olimpiadi di Atlanta 1996, la spedizione britannica schierò ben 300 atleti in 22 discipline. Il verdetto fu impietoso: 36° posto assoluto nel medagliere con una sola medaglia d’oro. La Gran Bretagna finì dietro a nazioni con economie infinitamente più piccole, come il Kazakistan, il Kenya, l’Algeria o la Corea del Nord. Dopo quella disfatta, che generò uno sdegno nazionale difficilmente descrivibile con termini adatti a un pubblico elegante, il Primo Ministro John Major si vide costretto a prendere provvedimenti draconiani. Decise di dirottare i proventi della Lotteria Nazionale direttamente allo sport d’élite tramite l’agenzia UK Sport. I fondi per gli sport olimpici passarono così da circa 5 milioni di sterline l’anno a oltre 260 milioni. Con il severo approccio “No-Compromise” venne introdotto un sistema rigidamente meritocratico: i fondi pubblici venivano assegnati esclusivamente in base ai risultati e alle reali possibilità di medaglia. Chi vinceva (come il ciclismo o il canottaggio) riceveva budget industriali per tecnici, scienziati dello sport e strutture; chi falliva veniva tagliato senza sconti. In soli vent’anni, la Gran Bretagna è passata dal baratro di Atlanta al 2° posto assoluto nel medagliere di Rio 2016. Questa rinascita ha generato un indotto miliardario, trasformando il Paese in un esportatore globale di know-how sportivo, ingegneria dei materiali e management degli eventi.

Gli ottimi risultati sportivi portano con sé anche un potente effetto emulazione. L’esempio lampante è proprio Sinner: da quando l’altoatesino ha iniziato a vincere e i media hanno degnato i suoi successi del rispetto solitamente riservato al calcio, si è registrata un’impennata nelle iscrizioni alla Federazione Italiana Tennis e Padel (FITP), provocando il tutto esaurito nei club. L’attrattività di Sinner ha trasformato gli eventi tennistici in giganti economici, capaci di generare un indotto territoriale superiore ai 200-300 milioni di euro a edizione tra hotellerie, trasporti e ristorazione. Di conseguenza, i grandi brand globali stanno dislocando decine di milioni di euro dai tradizionali budget calcistici verso il tennis.

L’effetto emulazione legato ai successi sportivi avrebbe però benefici enormi anche su altri tre pilastri della società: il sistema sanitario nazionale, l’edilizia e l’istruzione.

Un Paese che corre, salta, pedala e nuota è un Paese che abbatte i costi sociali. L’aumento degli italiani attivi ha un ritorno economico indiretto ma colossale. Oggi l’inattività fisica e la sedentarietà (che in Italia attesta al 33,2%) costano alle casse del Servizio Sanitario Nazionale (SSN) circa 6,7 miliardi di euro all’anno. Portare un cittadino ad adottare uno stile di vita attivo genera un risparmio stimato di circa 200 euro pro capite. Se si riuscisse a invertire stabilmente la rotta, il contenimento della sedentarietà potrebbe generare per la spesa sanitaria pubblica un risparmio cumulativo di ben 77,4 miliardi di euro entro il 2050. Questo dinamismo richiede logicamente nuove palestre, piscine e impianti sportivi moderni. Genera inoltre la necessità di nuovi laureati in scienze motorie, portando a una riduzione dell’abbandono scolastico e a un aumento dell’occupazione specialistica.

Senza dimenticare che lo sport, subito dopo la scuola, rappresenta il principale motore di integrazione sociale. Un concetto spiegato magistralmente dalla bellissima saltatrice italiana Dariya Derkach – arrivata in Italia dall’Ucraina quando aveva solo 9 anni – in un’intervista rilasciata al Corriere della Sera.

In conclusione, investire seriamente nello sport di base e nelle strutture non è una spesa, ma un investimento macroeconomico strategico. E, se i gentili lettori lo permettono, serve anche come ottima cura contro le delusioni croniche generate da un’ingrata e senza speranza Nazionale di calcio.

Buona meditazione a tutti.

Scritto da

Daniele Tonelli