Economia

Spread, rating e la lezione della storia: ecco perché oggi i risparmiatori dovrebbero guardarsi dai bond francesi

di Daniele Tonelli Agosto 29, 2026 5 min di lettura
Spread, rating e la lezione della storia: ecco perché oggi i risparmiatori dovrebbero guardarsi dai bond francesi

Con solo 6 mesi di ritardo il Financial Times, autorevole giornale economico britannico, si è accorto che l’Italia ha superato la Francia sullo spread vs Germania. Lo spread è il confronto fra i rendimenti dei titoli di Stato decennali con il decennale tedesco, meglio conosciuto come Bund. Da qualche mese il rendimento dei BTP italiani vs Bund tedesco è inferiore (di poco) rispetto al decennale francese. Questo significa che gli investitori considerano il debito pubblico italiano più affidabile dei cugini francesi.

Il Financial Times enfatizza e purtroppo dà un taglio alla notizia fra il clamoroso e l’apocalittico per l’economia francese. In verità si tratta di pochi centesimi e, pur non avendo in simpatia i galletti, non colgo la drammaticità che trapela dall’articolo. Il Financial Times sottolinea che Parigi ha ufficialmente sostituito Roma come principale fonte di preoccupazione per i mercati obbligazionari dell’Eurozona. Per gran parte dell’estate, il rendimento del BTP decennale italiano è rimasto più basso rispetto a quello dell’OAT decennale francese. Si tratta di una clamorosa inversione del rapporto storico tra i due Paesi, al punto che diversi analisti citati dal quotidiano sintetizzano la situazione con la frase: «La Francia è la nuova Italia».

Poi il giornale si sofferma ad analizzare i motivi. Il Financial Times e i principali strategist delle banche d’affari (tra cui Barclays e Goldman Sachs) riconducono questa svolta a dinamiche macroeconomiche opposte. In Francia c’è un deficit fuori controllo: i conti pubblici di Parigi viaggiano costantemente con un deficit superiore al 5% del PIL. C’è poi l’instabilità politica: il Paese sconta la paralisi di un governo di minoranza che deve presentare una manovra di bilancio estremamente complessa all’Assemblea Nazionale, sotto la costante minaccia delle opposizioni e in vista delle future elezioni presidenziali. I Socialisti, in particolare, non concepiscono tagli di bilancio e politiche di austerità. Infine c’è il rischio sistemico: gli analisti considerano ormai la Francia “l’anello debole dell’Europa”, con un premio al rischio che si sta pericolosamente avvicinando ai livelli visti durante la crisi del debito sovrano del 2011. Nell’articolo il FT cita la ritrovata disciplina dell’Italia: un mix di rigore fiscale e stabilità dove Roma beneficia agli occhi dei mercati di una “forte disciplina fiscale” e di una stabilità politica che le ha permesso di ridurre progressivamente il deficit. Questo ha portato a una riallocazione dei portafogli: fondi internazionali come T. Rowe Price confermano che è in atto una massiccia rotazione di capitali, con gli investitori che stanno attivamente vendendo bond francesi per acquistare titoli di Stato italiani.

Mi permetto di completare il quadro descritto dal giornale inglese dicendo che il debito pubblico italiano è calato da oltre il 150% del PIL al 138-139% e che, al netto degli interessi, l’Italia incassa più tasse di quante ne spenda (avanzo primario). Al contrario, i francesi hanno un deficit costante di oltre il 5%, il loro debito è aumentato dal 112% al 118% e le previsioni indicano che supererà quello italiano entro la fine del lustro.

Ciò porta a due considerazioni pratiche a favore dei risparmiatori:

La prima considerazione: diffidare del rating quando si considera l’acquisto di un titolo obbligazionario. Ma come mai i rating di Standard & Poor’s, Moody’s e Fitch continuano ad attribuire alla Francia una bella A+ mentre l’Italia ha in pagella un BBB+? Pure gli USA, con un debito monstre di oltre 40.000 miliardi di dollari, esibiscono una doppia AA+, mentre il Giappone, con un preoccupante debito di oltre il 230% sul PIL, si fregia di una A+. Il rating non è frutto di rilevazioni istantanee del mercato dei capitali. Esso non rappresenta il sentiment immediato degli investitori, ma è l’interpretazione di un ufficio di economisti che analizza postumi i dati dei bilanci degli Stati e le loro dinamiche politiche. Spesso queste agenzie di rating, dette anche “Big Three”, sono soggette a inquietanti conflitti di interessi e sottoposte a forti pressioni da parte dei governi. Chi dei gentili lettori sceglie un ristorante dopo aver guardato la guida Michelin di due anni fa (il rating) e chi lo sceglie in base alle recensioni in tempo reale di altri clienti che in quel ristorante ci hanno appena pranzato (lo spread)? Più di un lettore ricorderà quelle due aziendine americane, Lehman Brothers ed Enron, che avevano appuntato al petto la tripla AAA e che sono fallite in una notte.

La seconda considerazione, forse più importante per il risparmiatore, è di stare lontani dai titoli di Stato francesi.
La storia ci insegna che in questi frangenti di estrema volatilità e situazione politica fortemente deteriorata la speculazione è in agguato. Ne sappiamo qualcosa noi italiani che queste situazioni le abbiamo vissute diverse volte. Ci abbiamo lasciato le penne nel 1992 (periodo di Tangentopoli), quando quel galantuomo di Soros ci fece quasi fallire (in compagnia degli inglesi) e il Governo di Giuliano Amato ha messo le mani nei conti correnti degli italiani prelevando forzosamente il 6 per mille delle giacenze per evitare il peggio. E lo abbiamo rivissuto nel 2011, quando i due burloni Sarkozy e Merkel, appoggiati da Deutsche Bank e – senti senti – Commerzbank, hanno fatto precipitare lo spread. Come rileva il Financial Times, la vendita dei titoli francesi è già iniziata e il successivo passo speculativo potrebbe non essere tanto lontano. Un altro motivo per diffidare dei titoli transalpini è la mancanza di scrupoli da parte di qualche politico francese nell’utilizzare le clausole Cacs (Clausole di Azione Collettiva). Come già ricordato in un precedente articolo, questa possibilità era stata inserita in un programma di governo poi naufragato non più tardi di un anno fa, in condizioni sicuramente non peggiori di quelle attuali per l’esecutivo transalpino.

Buona riflessione a tutti.

Scritto da

Daniele Tonelli